Congregazione Maestre Pie dell'Addolorata

La Fondatrice a Mondaino

         
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dal 1791 al 1807 e dal 1810 al 1824

Mondaino: il paese e casa Renzi

Mondaino significa “Monte del daino”
mElisabetta si trasferisce con la famiglia a Mondaino nel 1791. Le ragioni di questo trasferimento si possono trovare in una suddivisione dell’asse paterno e nella convenienza di suo padre di esercitare meglio la professione di perito estimatore e di amministratore dei suoi beni e di quelli del monastero delle Clarisse, posti in questa località.
Forse anche la parentela o l’amicizia di Battista Renzi con l’ottimo parroco don Pietro Renzi, ha permesso ad Elisabetta di crescere in un clima di grande religiosità e di avvantaggiarsi, grazie alla presenza di diverse prestigiose istituzioni religiose.

La vita religiosa di Mondaino era alimentata dalla ricchezza spirituale di diverse realtà presenti: la chiesa parrocchiale dedicata a S.Michele, il monastero dei santi Bernardino e Chiara delle Clarisse Cappuccine, il convento delle Grazie dei Minori Conventuali, la chiesa di S.Croce, le Confraternite del SS.Sacramento, del Suffragio e della Madonna del Rosario.

 

Visita a Casa Renzi, come si presentava nel 1800
Entrando dal portone principale da Via Roma, nella stanza subito a destra vi era l’ufficio dove Giambattista riceveva i mezzadri delle sue terre o le varie persone per affari. Vi erano: una libreria a vetri che occupava tutta la parete più lunga, piena di libri; uno scrittoio con alcune sedie, e nell’angolo di sinistra una poltroncina.
La stanza a sinistra dell’entrata era sala di attesa o di passaggio, quella dopo era la rimessa della carrozza. La famiglia Renzi possedeva tre carrozze: due scoperte ed una chiusa.
Questa zona pubblica della casa era divisa dal resto da un cancello in legno posto al termine del corridoio di entrata e prima del pianerottolo delle scale. Di fronte troviamo la sala da pranzo nella quale era un tavolo ovale con sopra una fruttiera e frutta finta, a destra si apriva una porta sulla cucina che aveva un camino nell’angolo di destra.
Tornando nel pianerottolo delle scale, pianerottolo che chiudeva tutto il piano, c’era una porta vicina a quella della cucina, dalla quale si scendeva nella cantina con due sole rampe di scale molto ripide. Nella cantina erano conservati olio e vino e alimenti provenienti dai poderi, in botti, orci, bottiglie e scaffali. Inoltre nel sottoscala vi era un pozzo. Nella sala più grande della cantina, a sinistra, vi era un grande tino e un passaggio che attraversava Mondaino sbucando dalla parte opposta a dove è posta la casa. Era una buona via di fuga. Uscendo dalla cantina sulla via, attraversandola ci si trovava nelle stalle della casa, di un unico piano e con il soffitto ad arco. Nel cortiletto delle stalle vi era un pozzo, che è stato conservato.
Torniamo al primo pianerottolo delle scale, vicino la cucina. Salendo le scale, nella prima stanza a sinistra era una camera, probabilmente la camera di Elisabetta e la sorella, l’unica abbastanza larga per contenere due letti.
La sala con gli affreschi a soffitto era il luogo dove probabilmente si ritrovava la famiglia. Vi era un caminetto dove ora è il quadro dell’albero genealogico della famiglia. Nella stessa stanza vi era un piano a coda e uno specchio nella parete di sinistra, entrando.
Su questa stanza si aprivano le camere dei genitori di Elisabetta e probabilmente del fratello Giancarlo o dei bambini piccoli. Quella con l’affresco nel soffitto era dei genitori. Il letto era in legno e la spalliera si appoggiava nella parete di fondo.
In soffitta, nella parte dove ora vi sono le camerette, il pavimento era in legno e vi si conservava il grano.

Guarda la ricostruzione in grafica tridimensionale di Casa Renzi e la
ricostruzione con visita guidata

 

 

Elisabetta e la famiglia

Con i genitori

In questa casa Elisabetta Renzi è vissuta con la sua famiglia, la mamma Vittoria, il papà Giambattista, il fratello Giancarlo e la sorella Dorotea.
Da qui è partita e qui sarà tornata più volte a visitare i genitori nei diversi anni della sua vita. Qui fanciulla sarà tornata dal Monastero delle Clarisse, a pochi passi da casa, dove era educanda per la sua formazione, come era consuetudine per le ragazze di buona famiglia.

Qui è tornata alla chiusura del Monastero di Pietrarubbia nel 1810. Qui ha vissuto gli anni prima di recarsi a Coriano nel 1824, anni di dubbi e sofferenze, di ricerca della volontà di Dio su di lei. In questi anni già difficili “fatti nuovi concorsero a renderle più faticoso questo periodo di dolorosa attesa: nel 1813, l’unica sorella, Dorotea, morì all’età di vent’anni. Questo lutto incise certamente sull’animo dei genitori, dei fratelli, e, particolarmente, di Elisabetta che aveva perduto, in lei, la confidente e l’appoggio morale. Inoltre, rimasta ormai unica figlia, avrà sentito maggiormente l’impegno di essere vicina ai genitori.” (Positio p. 24)

Qui, già Maestra Pia e Fondatrice, tornava a trovare la mamma. Così scrive in alcune lettere al Vescovo Mons. Gentilini:
“La Mamma mi prega che vadi a ritrovarla prima che entri l’inverno, ma non so se Vostra Eccellenza me lo permetterà.” (6/10/1836)
“La Mamma è qualche tempo che mi prega acciò la vadi a ritrovare, tanto più che ho saputo stare Essa al presente poco bene, ma senza il permesso di Vostra Eccellenza non mi movo da Coriano.” (29/05/1837)
Il 26 gennaio 1838, a 85 anni di età circa, la mamma muore. Viene sepolta nel sepolcro antistante l’altare della cappella della Madonna del Rosario di Belvedere Fogliense.
Qualche giorno dopo Elisabetta risponde così al Vescovo:
“Ringrazio l’Eccellenza Vostra dell’atto di condoglianza che mi fa per l’accaduta morte della mia cara Madre, e molto più le promesse di pregare per Essa. La Vita da Essa tenuta, e la Morte rassegnata, congiunta agli atti di S.Chiesa mi fa sperare che fin da ora goda gli Eterni riposi e ciò porge qualche conforto al mio afflitto Cuore.” (02/02/1838)

Il papà invece è già morto improvvisamente il 15 novembre 1824, preso da malore, all’età di 71 anni; sarà sepolto il giorno 17 a Mondaino nel sepolcro della Confraternita del SS.Sacramento di cui era stato emerito priore dal 1820.
Elisabetta era molto legata al padre, al quale condivideva anche il suo cammino interiore, come si può dedurre dalla seguente lettera scritta dal Monastero di Pietrarubbia:

« […] ed io mi attaccherò a questo chiostro come altre volte il servo alla gleba da lui coltivata… confitemi Domino, quoniam bonus: quoniam in saeculum misericordia eius: date lode al Signore perché Egli è buono: eterna è la sua misericordia.
   All’infuori di Dio, non v’è cosa solida, nessuna, nessuna al mondo! Se è la vita, passa; se è la ricchezza sfugge; se è la salute, perdesi, se è la reputazione, la ci viene intaccata; ah, tutte le cose se ne vanno, precipitano.
O babbo, mi permetta che io attenda qui il premio di opere buone, di buoni pensieri, di desideri buoni, imperocchè Dio, che solo è buono, anche dei buoni desideri tien conto. Dio mi fa tante offerte! Vuole dunque che non mi curi tosto della Sua amicizia, che non faccia tosto gran caso delle Sue promesse?
   Babbo veneratissimo, glielo dico: ho un vivo desiderio di far del bene, di pregare tanto per la gloria di Dio, anzi per la maggior gloria di Dio… nella casa di Dio». (Positio p. 29)

Così, con le parole di Suor Caterina Giovannini, possiamo riassumere il tempo trascorso da MER in famiglia:
“Nata da piisssimi genitori e prevenuta dal Divino Amore, passò Elisabetta l'infanzia in una grande semplicità e innocenza di costumi. Quando il padre e la madre vivono vita sicura e cristiana, i figli se non possono ricevere da loro il privilegio della santità di origine, la ricevono dai loro esempi quasi una seconda natura.
mDio vuole le primizie di tutte le cose che ha fatte; e cura della mamma, contessa Vittoria Boni, fu di consacrargli, ad omaggio, i primi battiti del cuore della sua creaturina, i primi lampi che guizzano della sua ragione, i primi suoni che sappiano articolare le sue labbra.
"Un figlio non deve poter guardare sua madre senza intenerirsi spinto a divenire migliore", così soleva ripetere in tante occasioni la figliola cotanto devota verso la mamma sua. Quante volte fu udita ringraziare il Signore di aver potuto, quasi senza sforzo, e solo mercè lo spettacolo degli esempi paterni, che passavanle e rippassavanle di continuo sotto gli occhi, contrarre le felici abitudini dell'innocenza, e formarsi naturalmente alla pratica delle più solide virtù.
Tra cento manifesti segni di una speciale protezione di Dio, amatissima in casa, ammirata da chiunque la conosceva, veniva crescendo Elisabetta, e alienissima da quelle puerili, inezie che tutto sogliono occupare la prima età, piena di una angelica modestia... nata per ubbidire, si rendeva ogni giorno più rispettabile agli uomini, e cara a quel Signore che si delizia nel cuore degli innocenti.” (Positio p. 498)

 

Con il fratello Giancarlo
I rapporti di Madre Elisabetta con il fratello Giancarlo li conosciamo dalla corrispondenza che è rimasta a testimonianza di una relazione aperta, di aiuto reciproco nella gestione dei beni e di stimolo nel cammino di santità.  Giancarlo ereditò lo spirito profondamente cristiano dei genitori; iscritto alla compagnia del SS.Crocifisso, ne fu il priore dalla fondazione avvenuta nel 1842. Ricoprì la carica di priore del comune di Mondaino. Sposò Giovanna Venturi di Mondaino più giovane di lui di ventotto anni.
Raccontano i discendenti di casa Renzi che Giancarlo non si decideva mai a sposarsi, preso dalla caccia e dalle sue occupazioni. Finalmente, quando incontrò Giovanna, si decise, ma rimase sempre lui: la mattina del giorno in cui doveva celebrarsi il matrimonio andò a caccia e tornò poco prima dell’inizio della celebrazione.

Da Giovanna ebbe undici figli di cui soltanto tre maschi continuarono la discendenza e la secondogenita Maria Giuseppina entrerà all’età di nove anni a Coriano come educanda e il 13 maggio 1856 all’età di diciannove anni vestì l’abito religioso e fino alla morte di Madre Elisabetta sarà la sua segretaria. Diverrà la quarta superiora generale dell’Istituto Fondato dalla zia Elisabetta e lo dirigerà per trentacinque anni.

Così Giancarlo descrive Madre Elisabetta:
"Fanciulla schiuse se stessa nel silenzio e nella preghiera; Elisabetta passò tra le agiatezze della casa che la vide nascere, come raggio di luce sull'oro diffuso; non attinse bellezza dalle cose preziose che la circondavano, ma le cose preziose rese belle essa stessa con la sua grande bontà e soavità".

Scrive Elisabetta al fratello il giorno 1 Agosto 1839:
“Fratello caro, non guardiamo troppo noi stessi. Vorremmo vedere, comprendere... e non abbiamo bastantemente fiducia in colui che ci ricolma e circonda di sua carità. Raccogliamo tutti i lumi della fede per salire in alto, più in alto. All’istante della morte, come all’estrema frontiera che ci separa dall’altra vita vedremo e comprenderemo la grande realtà delle cose.” (Positio p.185)

Quando Giuseppina decise di farsi religiosa la mamma Giovanna la richiamò in famiglia per mettere alla prova la sua vocazione, vi rimase per 17 giorni nel mese di Maggio del 1855; per tale occasione ci sono due lettere molto significative: una da parte di Madre Elisabetta e una da parte del padre Giancarlo (Cenni Biografici p.60) :

Scrive la zia:
“Se tu fossi sola io sarei la prima a tremare, poichè di noi stessi non abbiamo che debolezza, impotenza e miseria; ma nostro Signore è con te dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina!
Tu soffri? E’ una divina mano che ti dà la sua croce; quando lavori, Egli è lì per risparmiarti metà di pena; quando piangi, Egli ti si avvicina per asciugarti le lacrime: quando preghi, è Lui che prega in te; ma tutto questo non fa bisogno di sentirlo! Allegra, perchè sai che il buon Dio ti ama, perchè sai che noi abbiamo il cielo a noi davanti, e perchè – nonostante le nostre debolezze, le nostre miserie, le nostre montagne di difetti – noi avanziamo verso Dio ogni giorno, e forse tanto più quanto meno lo sentiamo.
Giuseppina il tuo cuore dev’essere un canale impermeabile; nessuna creatura vi deve stare, tutte quelle che vi entrano, anche papà e mamma, devono uscire dal costato di Gesù. Più Dio rende ricco il tuo cuore, più te lo rende tenero e più domanda un distacco assoluto per amore di lui. Come è bello il soffrire, e come sono felici le vittime!” (Positio p.509)

Scrive il padre:
 “Figlia carissima,
quelle scene disgustose succedute costì, come narra mia sorella, mi sono state di un dispiacere indicibile. Non ho mancato di farne lamento con vostra madre che è pentita del modo usato, ma pure sembra che il di lei spirito non si trovi quieto se non si premette alla vostra ben consigliata e ferma decisione l’esperimento che essa desidera, comochè suggeritole da molte persone religiose, fra le quali conta questa Madre Abbadessa, ed altre sue Consorelle. I giudizi di Dio sono imperscrutabili. Chi ci dice che questo piccolo ostacolo alla vostra fermezza per combatterla, non sia permesso dal Signore per maggior vostro bene? Non so cosa dirmi di più. Pregate e fate pregare il sommo Datore della grazia perchè vi assista, e metta in quiete il vostro spirito per ogni anche piccolo disgusto combattuto.
Fiat voluntas Dei.
Il Signore, Maria SS. e tutti i Santi vi benedicano.
Il vostro aff.mo Padre
13 Maggio 1855

La grande fede di Giancarlo è rivelata anche in una preghiera da lui composta.
La preghiera scritta da Giancarlo è intitolata ‘Offerta da recitarsi all’Elevazione’ ed il Cardinale Domenico Svampa, Arcivescovo di Bologna, ha accordato “cento giorni d’indulgenza a chi devotamente recita questa preghiera” il 30 Giugno 1905 in occasione della sua visita a Rimini a Madre Giuseppina:

“Eterno Padre, vi offro il Corpo, il Sangue, l’Anima, la Divinità del vostro SS.Figliuolo, che, Vittima d’amore, si sacrifica per me su quest’altare:
e ciò in soddisfazione de’ miei peccati,
in suffragio delle Anime Sante del Purgatorio, specialmente di quelle per cui sono tenuto di pregare secondo l’ordine della vostra Sapienza infinita;
in riconoscenza dei benefici che mi avete fatto;
e finalmente in ringraziamento dei privilegi che avete accordati a Maria SS. in questo mondo ed allorquando fu assunta in cielo.
Vi prego, begnissima Madre, di presentare quest’offerta colle vostre purissime mani alla Triade Sacrosanta: Padre, Figliuolo e Spirito Santo.
Ed in virtù di questa grazia di poter vivere da buon cristiano,
per poi godervi in compagnia degli Angeli e de’ Santi in Paradiso”.

 

Elisabetta e l’Eucaristia
A nove anni circa, Elisabetta entra nel monastero delle Clarisse come educanda, e poco dopo riceve la Prima Comunione. La sua permanenza come educanda, dovette lasciare tracce marcate nel suo spirito e ciò, soprattutto, attraverso l’insegnamento e l’esempio delle monache addette direttamente alla formazione delle giovinette.
Elisabetta ha iniziato qui a percepire la presenza di Dio nella sua vita, agevolata da un "naturale dolcissimo" e dalla forte esperienza di vita cristiana fatta con i genitori.
Già da piccola amava stare sola, raccolta, per trascorrere con l’amato Gesù il suo tempo; amava crescere nella virtù, tanto che si racconta, si scelse una compagna con la quale fare a gara per vedere chi amasse di più Gesù.
m
Scrive Suor Caterina Giovannini:
"Fanciulletta riflessiva, conoscendo la preziosità del tempo, tutti stimava perduti quei momenti, che da lei non fossero impiegati o nell’attuale esercizio di qualche virtù, o in una stretta comunicazione con Dio: onde l’ottimo padre, Giambattista Renzi, volle affidare il suo tesoro alle religiose del monastero di Mondaino, ove bentosto fu ammessa alla Prima comunione.
A nostra notizia di quel dì beato è solo pervenuto, che, dopo aver reso i più accesi affetti e ringraziamenti al suo Gesù, piena d’insolito giubilo che le brillava anche sul volto, Elisabetta baciò la mano ai genitori commossi, baciò la veste alla badessa, e con aria di paradiso disse loro che di lì in poi rispettassero la sua lingua e venerassero l’anima sua, che in quella mattina, erano state santificate dal contatto dell’immacolato suo sposo Gesù". (Positio p. 499)
Ecco alcune espressioni scritte in età matura che rivelano il suo grande amore all'Eucarestia:

Io porto colui che mi porta. 

Dinanzi al tabernacolo:
"Mio Dio, come vi amo bene
per voi medesimo!".

Voglio ravvivare la fede
allorchè vado a ricevere i SS. Sacramenti,
perchè così facendo, vi andrò
con maggior fervore e disposizione
che non abbia fatto per il passato.

Se comprendessi
il valore della S.Comunione, m
eviterei i più lievi mancamenti,
conserverei l'anima sempre pura
agli occhi di Dio.

Quando un'anima
ha degnamente ricevuto il Sacramento dell'Eucarestia
è un'anima capace di maggiori sacrifici,
non è più quella di prima.

Quando un'anima
ha degnamente ricevuto
il sacramento dell'Eucarestia
è umile, dolce, mortificata, caritatevole e modesta,
con tutti concorde.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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