Congregazione Maestre Pie dell'Addolorata

La Fondatrice a Pietrarubbia

         
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dal 1807 al 1810

Pietrarubbia:
il castello, il borgo e il monastero

Dal paese nuovo di Pietrarubbia, per raggiungere il vecchio borgo e castello, seguire l’indicazione “Il Vicariato e il castello” posta lungo la strada principale e che fa inoltrare in una piccola strada di campagna.
Arrivati al borgo ci fermiamo vicino ai resti del Monastero e leggiamo il testo riportato sotto.

Pietrarubbia “sta fondato sopra un scoglio di fortissima pietra di color rosseggiante per il che ha conseguito l’istesso nome di Pietrarube e questa è la sua Etjmologia”.
La terra rossastra, quasi ruggine, più che la robbia, pianta con corolle rosate molto frequente in zona, dà il nome a questo luogo, caratterizzato anche da alcuni speroni conglomeratici naturali posti in alto che contraddistinguono il paesaggio: “Sopra Pietrarubbia si vede un alto sasso in guisa di torre alta sopra elevato scoglio tutto di pietra giottolina commessa insieme a Maestre Natura che si dice Pietrafagnana, luogo memorabile per il passaggio  che ivi fece S.Francesco quale predicò nel contiguo loghetto che si chiama bolognino” (P.A.Guerrieri, La Carpegna abbellita, 1667).
Lo sperone è ancora in parte presente, ma fino a qualche anno fa era molto più alto ed “abitato” da una aquila.

Arrivando al vecchio borgo di Pietrarubbia, di cui sono stati da poco restaurate alcune case e una torre, si scorgono sulla sinistra della strada alcuni resti delle mura di recinzione e della struttura del Monastero dove Elisabetta Renzi ha vissuto alcuni anni con l’intenzione di farsi monaca.
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Nel 1807 o 1808 quando Elisabetta arrivò nel piccolo borgo, il luogo era molto più abitato di oggi: già da lontano si intravedevano i resti del castello sul crinale, il borgo abitato da diverse famiglie e le mura del Monastero con la chiesetta attigua. Anche nelle vicinanze erano molto più numerose di oggi le case di contadini che coltivavano i terreni della zona o allevavano il bestiame.
Infatti l’economia del territorio si basava sull’allevamento del bestiame, sulle colture proprie di zone montane, e fu luogo importante di mercato, con notevoli scambi commerciali. Il borgo nei secoli dopo il Mille e fino agli inizi del sec. XVI ebbe vita fiorente, con un ricco artigianato, basato soprattutto, come ci riferiscono le antiche testimonianze, sulla lavorazione del ferro con molte botteghe artigiane specializzate, i cui prodotti giungevano fino a Roma, dove le forbici di Pietrarubbia erano assai apprezzate. E’ probabilmente già dalla fine del ‘500 e dai primi del ‘600 che iniziò il declino economico e demografico del borgo dovuto a vari fattori, sia interni (con variazioni climatiche che misero in crisi le colture con conseguenti carestie) sia esterni (con l’evoluzione dell’artigianato nella nascente industria italiana). La popolazione nel 1591, anno in cui si registra l’apice demografico, era di 517 abitanti, costituita da coloro che abitavano nel borgo o nelle campagne o in piccoli agglomerati. Nel 1823 le famiglie che abitavano vicine all’ormai soppresso monastero erano diventate soltanto cinque (cfr. G.Gardelli, Studi Montefeltrani 22/2001).

La strada non seguiva il percorso attuale, ma arrivando al borgo costeggiava le mura del monastero, come si può vedere dalla mappa riportata sopra.

Sul costone roccioso che collega il borgo alla torre ancora esistente, sorgeva fin dall’XI secolo un vasto complesso architettonico che in passato interessava quasi per intero l’alto costone roccioso disteso tra l’attuale borgo e la torre suddetta, estrema propaggine meridionale del castello. La torre è stata da poco restaurata e doveva essere più alta.
Nel 1371 il cardinale Angelico definisce il castello inespugnabile e fortissimo, fornito di una rocca fortificata con una torre, affiancata, almeno così pare capire, da altre due.
Il Guerrieri in visita in queste terre nel XVII secolo parla anche di una rocca “formata con artificioso disegno di cui si vedono ancor oggi i suoi doppi recinti di duplicati ponti levatoi posti tra orride balze di strabocchevoli rupi e le reliquie di sue porte con i vestigi di fortissimi baluardi, e nel spazio di dentro si vede il cortile con i segni di un’ampia e nobile cisterna... resta però in piedi et intiera una torre quadrata e forte nel più inaccessibile sito, et ancor si vedono parte d’altri fortissimi baluardi, sopra uno de’ quali sta la campana del pubblico e poco di sotto è il palazzo nel quale risiede il vicario giudice ordinario”.
Il castello e la rocca erano protetti da due cinta murarie poste più in basso verso il borgo e da strapiombi inaccessibili lungo gli altri lati.
Continua poi descrivendo il borgo sottostante, quello che ancora si trova ai piedi della lunga cresta rocciosa che sale verso la torre, citando i casamenti della piazza con la chiesa parrocchiale di S.Silvestro e il monastero di Santa Monica. L’antico borgo “nell’età passata era molto abitato e pieno di varie botteghe di artisti”.

Il castello fu dismesso agli inizi del secolo XVI dal duca Guidobaldo perchè, come altre fortezze del Montefeltro, era ormai ritenuta superflua.
Quando nel 1807-1808 Elisabetta arrivò a Pietrarubbia i resti visibili del castello e rocca dovevano essere molto più consistenti degli attuali, ed era ancora in piedi la seconda torre, posta a poca distanza dall’attuale, crollata nel 1939.

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Immagine del 1930. Sono visibili la seconda e terza torre e altri resti del castello.
Il castello  era così costituito: Rocca formata da: A: torre con recinto; B: edificio con funzioni difensive con torre; C: ambiente di forma rettangolare; D: torre; sotto: cortina muraria a difesa della rocca; E e F: edifici di grosse dimensioni adibiti ad abitazione; G: struttura difensiva a pianta quadrangolare.
In basso - N: resti del monastero di S.Monica

Il Monastero, circondato dalle mura, aveva al suo interno un chiostro ed anche un piccolo orto, come è consuetudine nei monasteri. Si possono ancora notare tre noci allineati appartenenti all’orto-chiostro. La costruzione, abitata dalle monache e dalle educande, doveva essere di almeno due piani. Presente anche un pozzo, ma posto in sito pubblico.
La Chiesina del Monastero, “di buon gusto”, faceva corpo con il Monastero e aveva al suo interno un Crocifisso posto in un ornato grande collocato sull’altare, crocifisso che, alla chiusura del monastero, non si poté porre nella chiesa parrocchiale proprio per le sue dimensioni. Aveva un campanile con una o più campane e un cimitero.

Poco distante la casa a due piani abitata dal Confessore e cappellano delle Monache (dalla Descrizione dei fondi rustici e capitali... del 3/07/1818).

Il Monastero sorgeva a: “in linea retta non più di 10 passi e meno di 40 passando per istrada” (lettera del 6 ottobre 1823, Feretrana I XXXI) dalla Chiesa parrocchiale di S.Silvestro ed era dedicato a S.Giovanni Battista. Fu fondato nel 1400 ed era di proprietà del capitolo di S.Giovanni in Laterano.

Non doveva ospitare molte religiose, ma le affermazioni che denotano fervore e disciplina, mostrano il ruolo del monastero nella vita del piccolo borgo. Conferma significativa e autorevole è quella del medico Giovanni Lancisi, che nel 1705, descrivendo in una let­tera il suo viaggio da Urbino a Macerata, parla del

Castello di Pietrarubbia, sotto cui, all’aperta campagna, vi è quel celebre monastero di monache, le quali per 200 anni continui sono state senz’altra difesa che di sole siepi e sono perciò state la mera­viglia e l’edificazione di tutto il mondo cristiano e la gloria dei du­chi di Urbino, che sentivano una certa compiacenza nell’avere un convento di religiose, le cui mura (come quelle di Sparta erano for­mate dal petto dei cittadini) fossero costruite dall’anima e dalle menti cotanto pure e sante di quelle verginelle. In un sito così alpe­stre pur ci vivono con somma tranquillità, e fin dallo Stato Veneto molte vi si ritirano, con tutto che le loro entrate non bastino la metà dell’anno, elemosinando dalla pietà dei vicini il vitto pel rima­nente”.

Detta povertà viene segnalata anche dal vescovo di Montefeltro Mons. Giovanni Maria Terzi che definisce il monastero di Pietrarubbia:
“Poverissimo e posto in mezzo a una campagna, per cui ci vuole una speciale vocazione di totale solitudine e di soffrire tutti i disagi, oltre al tenuissimo emolumento che somministra il monastero”.
pAllude poi alle copiose nevi “con geli atroci e strade imprati­cabili”. Saranno queste, le stesse ragioni per cui il vescovo mons. Antonio Begni ne sconsigliò la riapertura, dopo la soppressione del 1810.

Pierantonio Guerrieri, nelle sue memorie su Pietrarubbia, parlando del monastero, afferma che ha avuto “laudabilissima fama e gloria per essere stato trecent’anni munito solo con una siepe di sambuco sin al 1615” (Positio p. 20)

La vita del Monastero seguì alterne vicende: nel 1611 le monache erano solo sette, tutte vecchie, ed era presente ‘una sola putta da monacare... insieme a due putte che per infermità uscirono’ (lettera AS PS b.4). Nonostante ciò fu fatta richiesta di poter accogliere zitelle per educazione.
Nel 1630 ha rischiato di essere chiuso dalla Sacra Congrega­zione, con lettera del 3 maggio, la quale proibisce che si vestano Monache a Pietrarubbia, perchè si era in aperta campagna senza clausura e non avendo come sfamarle. Erano 12 e con loro erano 8 zitelle poste in educazione.
Nel 1658 erano 16.
Nel 1755 le monache erano 21, con Corali e Converse. Non c’erano educande.
Nel 1618 circa si costruì il muro che circonda il Monastero (lettera del 16/05/1618 Arch. di Stato Pesaro).

Nel 1804 il monastero accolse di nuovo, dopo alcuni anni di interruzione, le educande che dovevano costituire un sostegno economico, ma davano un orientamento diverso alla vita comunitaria.

Circa lo spirito di osservanza religiosa, che animava quelle monache al tempo dell’ingresso di Madre Elisabetta, ne è autorevole documento il memoriale della visita pastorale del 1807. In esso si coglie il loro grande amore alla preghiera, il desiderio della comunione frequente e l’esercizio della mortificazione specie nel vitto, “eccessivamente ristretto”, a giudizio del vescovo.

Come abbiamo accennato poco sopra, nel 1810 il Monastero fu soppresso per decreto napoleonico e non fu più aperto per le sue pessime condizioni.
Per questo la comunità venne unita, dietro rescritto della S.Congregazione dei Vescovi e Regolari del 14 giugno 1816, a quelle delle domenicane di S.Antonio di Pennabilli, però sotto la regola di S.Agostino, essendo le religiose già di Pietrarubbia il nucleo più numeroso. Infatti in questo monastero, nel 1816, le ritroviamo in numero di quindici.

A quei tempi c’era veramente parecchia miseria. Raccontavano la storia che era andata giù la mura e non potevano più osser­vare la clausura e i soldi per rifarla non li avevano. Qui nel monastero di Pennabilli erano rimaste poche suore, quattro o cinque, ma anziane e dell’ordine di S.Domenico - come sapete bene S.Domenico ha preso la Regola di S.Agostino - allora queste suore, che erano molte, sono venute qua a Pennabilli.
La spiritualità agostiniana, S.Agostino ha preso molto, moltissimo dagli Atti degli Apostoli – Avanti ad ogni altra cosa, dice la Regola, sorelle carissime, questo è il primo Articolo, si ami Iddio e poi il prossimo, e avanti... E poi veramente lui ha l’amore e la carità, l’amore e la carità, l’amore e la carità.
 (Madre Vittoria, Abbadessa Monastero di S.Antonio in Pennabilli)

Le altre furono orientate nel monastero di Montecerignone, perchè “necessarie a completare il numero delle mancanti”. (Positio p. 24)

Nel 1823, nonostante le intemperie ne avessero minato la costruzione, l’edificio era ancora in piedi e praticabile
Nel 1828 fu acquistato dai Padri delle Missioni di Montecitorio (Roma), i quali, dopo varie trattative iniziate nel 1823 col Capitolo del Laterano, procedettero alla sua demolizione.

 

La Regola e gli scritti di S.Agostino
I Monasteri dell’ordine agostiniano seguivano e seguono la Regola agostiniana, scritta appunto da S.Agostino nel 400 circa.

“S. Agostino nel percorrere il suo cammino di esperienza umana e cristiana approdò a una particolare intuizione di Vita monastica, conformata allo stile degli Apostoli e della prima comunità cristiana di Gerusalemme...
La Regola agostiniana è molto breve, essenziale e concreta; scende ai particolari solo quando è necessario, mentre su tanti paspetti, dopo aver dato le indicazioni basilari, lascia spazio alla libertà, all'intuizione e alla maturazione della Comunità.
Agostino, nel tracciare le norme per i suoi monasteri, prende spunto da motivazioni bibliche ed ecclesiali, prosegue poi espo­nendo tutta la sua ricchezza spirituale e la profonda conoscenza delle persone e delle varie realtà della vita umana.
Ne è venuto fuori così un capolavoro di dottrina teologica, di sensibilità psicologica e di equilibrata esperienza umana dove il buon senso, la comprensione, il primato dell'amore, della verità e della giustizia, assieme al rispetto per l'autorità e all'attenzione per le persone singole, trovano una meravigliosa ed armonica combina­zione.” (P.Marziano Rondina OSA)

Ecco alcune norme tratte da questa Regola, che ci danno una idea della vita di Elisabetta di questi anni e della formazione rice­vuta:

Prologo
1.         Fratelli carissimi, si ami anzitutto Dio e quindi il pros­simo, perché sono questi i precetti che ci vennero dati come fondamentali.

Capitolo 1 - Scopo e fondamento della vita comune
3.         Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate una sola anima e un sol cuore protesi verso Dio.
4.         Non dite di nulla: "E' mio", ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario; non però a tutti ugual­mente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in co­mune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità.
5.         Chi, da secolare, possedeva dei beni, entrato che sia nel monastero, li trasmetta volentieri alla Comunità.
6.         Chi poi non ne possedeva, non ricerchi nel monastero ciò che nemmeno fuori poteva avere. Tuttavia si vada incontro ai bisogni della sua insufficienza, anche se, quando egli si trovava fuori, la sua povertà non era neppure in grado di procurargli l'indispensabile. Solo che non si ritenga felice per aver conseguito quel vitto e quelle vesti che fuori non si poteva permettere.
9.         Tutti dunque vivete una­nimi e concordi e, in voi, ono­rate reciprocamente Dio di cui siete fatti tempio.

Capitolo 2 - La preghiera
10.       Attendete con alacrità alle preghiere nelle ore e nei tempi stabiliti.
12.       Quando pregate Dio con salmi ed inni, meditate nel cuore ciò che proferite con la voce.

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Capitolo 3 - Frugalità e mortificazione

14.       Domate la vostra carne con digiuni ed astinenza dal cibo e dalle bevande, per quanto la salute lo permette. Ma se qualcuno non può digiunare, non prenda cibi fuori dell'ora del pasto se non quando è malato.
15.       Sedendo a mensa e finché non vi alzate, ascoltate senza rumore e discussioni ciò che secondo l’uso vi si legge, affinché non si sfami soltanto la gola, ma anche le orecchie appetiscano la parola di Dio.
16.       Se alcuni vengono trattati con qualche riguardo nel vitto perché più delicati per il precedente tenore di vita, ciò non deve recare fastidio né sembrare ingiusto a quegli altri che un differente tenore ha reso più forti. Né devono crederli più fortunati perché mangiano quel che non mangiano essi; debbono anzi rallegrarsi con se stessi per essere capaci di maggiore frugalità
17.       Così pure, se a quanti ve­nuti in monastero da abitudini più raffinate si concedono abiti, letti e coperte che non si danno agli altri che sono più robusti e perciò veramente più fortunati, quest'ultimi devono considerare quanto i loro compagni siano scesi di livello passando dalla loro vita mondana a questa, benché non abbiano potuto eguagliare la frugalità di coloro che sono di più forte costituzione fisica. E poi, non debbono tutti pretendere quelle cose che sono concesse in più ad alcuni non per onore ma per tolleranza, onde evitare quel disordine dete­stabile per cui in monastero i ricchi si mortificano quanto più possono, mentre i poveri si fanno schizzinosi.

Capitolo 5 - Oggetti d'uso quo­tidiano e loro custodi
30.       Conservate i vostri abiti in un luogo unico, sotto uno o due custodi o quanti basteranno a ravviarli per preservarli dalle tarme; e, come siete nutriti da una sola dispensa, così vestitevi da un solo guardaroba. Se possibile, non curatevi di quali indumenti vi vengano dati secondo le esigenze della stagione, se cioè riprendete quello smesso in passato o uno diverso già indossato da un altro; purché non si neghi a nessuno l'occorrente. Se invece da ciò sorgono tra voi discussioni e mormorazioni, se cioè qualcuno si lamenta di aver ricevuto una veste peggiore della precedente e della sconvenienza per lui di vestire come si vestiva un altro suo confratello, ricavatene voi stessi una prova di quanto vi manchi del santo abito interiore del cuore, dato che litigate per gli abiti del corpo. Comunque, qualora questa vostra debolezza venga tollerata e vi si consenta di riprendere quello che avevate deposto, lasciate nel guardaroba comune e sotto comuni custodi quello che deponete.
31.       Allo stesso modo nessuno mai lavori per se stesso ma tutti i vostri lavori tendano al bene comune e con maggior impegno e più fervida alacrità che se cia­scuno li facesse per sé. Infatti, la carità di cui è scritto che non cerca il proprio tornaconto, va intesa nel senso che antepone le cose comuni alle proprie, non le proprie alle comuni. Per cui vi accorgerete di aver tanto più progredito nella perfezione quanto più avrete curato il bene comune anteponendolo al vostro. E così su tutte le cose di cui si serve la passeggera necessità, si eleverà l'unica che permane: la carità.
35.       Infine, trattandosi di sof­ferenze fisiche nascoste, si dovrà credere senza esitazione servo di Dio chi manifesta la propria indisposizione. Si consulti però il medico, se non si è certi che per guarirlo giova ciò che gli piace.
39.       I libri si chiedano giorno per giorno alle ore stabilite; e non si diano a chi li chiederà fuori orario.

Capitolo 6 - Il condono delle offese
41.       Liti non abbiatene mai, o troncatele al più presto; altrimenti l'ira diventa odio e trasforma una paglia in trave e rende l'anima omicida. Così infatti leggete: Chi odia il proprio fratello è un omicida.
42.       Chiunque avrà offeso un altro con insolenze o maldicenze o anche rinfacciando una colpa, si ricordi di riparare al più presto il suo atto. E a sua volta l'offeso perdoni anche lui senza dispute. In caso di offesa reciproca, anche il perdono dovrà essere reciproco, grazie alle vostre preghiere che quanto più frequenti tanto più dovranno essere sincere. Tuttavia chi, pur tentato spesso dall'ira, è però sollecito a impetrare perdono da chi riconosce d'aver offeso, è certamente migliore di chi si adira più raramente ma più difficilmente si piega a chiedere perdono. Chi poi si rifiuta sempre di chiederlo o non lo chiede di cuore, sta nel monastero senza ragione alcuna, benché non ne sia espulso. Astenetevi pertanto dalle parole offensive; ma se vi fossero uscite di bocca, non vi rincresca di trarre i ri­medi da quella stessa bocca che diede origine alle ferite.

Capitolo 7 - Spirito dell'autorità e dell’obbedienza
46.       Chi vi presiede non si stimi felice perché domina col potere ma perché serve con la carità.  Davanti a voi sia tenuto in alto per l'onore; davanti a Dio si prostri per timore ai vostri piedi. Si offra a tutti come esempio di buone opere; moderi i turbolenti, incoraggi i timidi, sostenga i deboli, sia paziente con tutti. Mantenga con amore la disciplina, ne imponga il rispetto; e, sebbene siano cose necessarie entrambe, tuttavia preferisca piuttosto di essere amato che temuto, riflettendo continuamente che dovrà rendere conto di voi a Dio.
47.       Perciò, obbedendo maggiormente, mostrerete pietà non solo di voi stessi ma anche di lui, che si trova in un pericolo tanto più grave quanto più alta è la sua posizione tra voi.

Capitolo 8 - Osservanza della Regola
48.       Il Signore vi conceda di osservare con amore queste norme, quali innamorati della bellezza spirituale ed esalanti dalla vostra santa convivenza il buon profumo di Cristo, non come servi sotto la legge, ma come uomini liberi sotto la grazia.
49.       Perché poi possiate rimirarvi in questo libretto come in uno specchio onde non trascurare nulla per dimenticanza, vi sia letto una volta la settimana. Se vi troverete ad adempiere tutte le cose che vi sono scritte, ringraziatene il Signore, donatore di ogni bene. Quando invece qualcuno si avvedrà di essere manchevole in qualcosa, si dolga del passato, si premunisca per il futuro, pregando che gli sia rimesso il debito e non sia ancora indotto in tentazione.

(La Regola di Sant'Agostino estratto dal sito dell'Ordine di Sant'Agostino http://www.aug.org)


Famoso di Agostino è il brano tratto dalle “Confessioni”:

“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te.  Mi tenevano  lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.”

 

Ancora oggi le Monache Agostiniane cercano di vivere e tradurre nel quotidiano la regola ricevuta da Agostino:

Agostino subito dà alle sue comunità un’impronta sicuramente ecclesiale infatti dice, - La prima cosa che dovete fare, - adesso la traduco in parole molto concrete - la prima cosa che dovete fare nelle vostre comunità è quella di vivere con un cuore solo e un’anima sola in cammino insieme verso Dio - E da questo si vede subito l’impronta ecclesiale che lui dà, perché riprende proprio alla lettera l’espressione degli Atti degli Apostoli, dove la Chiesa subito dopo la Pentecoste era veramente questo: era un’unità. Agostino era un innamoratissimo dell’unità, sotto tutti gli aspetti: dall’aspetto spirituale, religioso, all’aspetto umano... a volte anche l’aspetto materiale, fa degli esempi  nella  natura,  nelle  cose,  era amatissimo dell’unità perché credeva fermamente che nell’unità dei cuori e delle intenzioni e dello spirito è presente il Signore, è presente Dio. Quindi come testimonianza per il mondo, lo dice Gesù stesso, che siano uno come io e te Padre siamo uno, anche loro siano un’unità. Agostino volle proprio questa impronta di comunione, di fraternità dove però l’unica cosa che emergesse fosse veramente Cristo, non tanto la bravura di uno, la bravura di un altro, o la santità di uno, o la santità di un altro, ma una santità quasi direi comunitaria”.

L’umiltà è il fondamento di tutta la vita spirituale perché se non c’è... Come quando uno vuole costruire un grosso edificio: più è alto l’edificio, più le fondamenta devono essere solide, devono es­sere profonde, quindi più l’edificio spirituale è alto, quindi la santità, più le fondamenta  vanno scavate nel profondo. Le fondamenta sono l’umiltà.
Un’altra cosa fondamentale della Regola di S.Agostino e dove dà l’impronta ecclesiale del cuor solo e dell’anima sola come gli Atti degli Apostoli, è una verifica pratica: questa comunione si deve re­alizzare innanzitutto nel mettere in comune non solo quello che uno ha, quindi se uno eventualmente avesse dei beni entrando in mo­nastero o quel poco che ha, o quel molto che ha, di modo che la ricchezza di uno diventi ricchezza di tutti, ma anche quello che uno è.”  (Suor Lucia Vicaria del Monastero Agostiniane in Urbino)

Per circa due anni Elisabetta, suddividendo le sue giornate tra preghiera e lavoro, ha meditato e studiato la S.Scrittura, le regole e scritti di S.Agostino per poter apprenderne la spiritualità e for­marsi come monaca agostiniana.
Tanto la nostra Beata ha fatto sua questa regola, cercando di renderla vita, che ne ritroviamo parti nelle regole scritte da lei stessa per le Maestre Pie dell’Addolorata e nei suoi scritti, arricchiti però con la specifi­cità del carisma che ha ricevuto dal Signore, con le sue doti naturali e con l’esperienza di vita nella realtà del tempo in cui è vissuta.

 

ELISABETTA A PIETRARUBBIA
Madre Elisabetta nel 1807, dopo gli anni trascorsi come educanda nel Monastero di Mondaino, all’età di 21 anni chiede di entrare tra le Agostiniane di Pietrarubbia senza interporre soste in famiglia.

25 Settembre 1807

E.mi e R.mi Signori
Elisabetta Renzi, attualmente educanda nel monastero di Mondaino di Rimini, oratrice umilissima dell’EE.VV. ha risoluto farsi monaca nel monastero di Pietra Rubbia, Diocesi di Monte Feltrio. Dunque umilmente supplica l’EE.VV pel necessario permesso del passaggio dal monastero di Mondaino nel nominato monastero di Pietra Rubbia per l’effetto suddetto.
Che &

Elisabetta Renzi
Diocesi di Rimini

 

La scelta di tale Monastero potrebbe essere dovuta a una certa rilassatezza dei costumi di quello di Mondaino, uno dei più ric­chi della zona, tanto che negli anni tra il 1782 e il 1790 ricevette alcuni richiami circa l’osservanza delle regole.

L’ipotesi quindi più accettata sembrerebbe che la scelta per Pietrarubbia, fosse stata determinata dal consiglio di don Vitale Corbucci, che per tanti anni, dal 1799 al 1842, fu sua guida spirituale e la seguì specie nei momenti importanti della sua vita quando ella doveva discernere e realizzare la volontà di Dio. Don Vitale ebbe una intensa vita di preghiera e apostolato, fu predicatore di esercizi spirituali (al Conservatorio di Coriano tenne due corsi), quaresime e missioni popolari, rettore del seminario di Pennabilli e nel 1827 entrò nella Congregazione dei Padri Filippini in Fossombrone (PU) desiderando fin dai primi anni di sacerdozio di ritirarsi totalmente, ma gli era stato impedito dal suo vescovo. Questa scelta non impedì il proseguimento della sua intensa attività.
La sua guida non solo orientò Elisabetta nel campo spirituale ma certamente anche nel governo dell’Istituto. La Canossa lo giudicò uomo tutto di Dio, “persona tanto santa e tanto degna”.
Aveva particolare devozione alla Passione di Cristo, al S.Cuore e all’Addolorata. (cfr. Positio pagg. 25-27)

Don Vitale nelle sue predicazioni aveva avuto frequenti contatti con il Monastero di Mondaino e anche con altri monasteri della Diocesi di Rimini e Montefeltro, compreso quello di Pietrarubbia presso il quale si era recato più volte. Pertanto aveva avuto modo di recepirne lo spirito e di farne le debite valutazioni.

Ma anche la presenza a Pietrarubbia di suor Rosa Santinelli, sua parente da parte di madre, avrà avuto un peso determinante nell’orientarla verso questo monastero agostiniano (cfr. Positio pag. 19).
Questa zona da tempo era ben conosciuta alla famiglia della madre di Elisabetta perchè da qui i Boni di Urbino acquistavano il grano per il loro fabbisogno.

Madre Elisabetta trovò a Pietrarubbia una comunità di diciotto religiose, di età media di circa quarant’anni, di cui la più anziana ne contava sessantaquattro.
Qui la Renzi non ebbe il tempo di fare il noviziato o la professione, perchè dal libro delle vestizioni delle monache, che si ferma al 2 febbraio 1808 non risulta, anche se questo non esclude che sia stata accolta come postulante e vi abbia dimorato fino all’espulsione delle monache del 25 aprile 1810.
Non conosciamo nemmeno la data in cui Elisabetta arrivò al monastero, forse prima dell’inverno del 1807 dopo pochi mesi dalla richiesta di entrarvi, oppure nella primavera successiva, dato che nei mesi invernali queste zone erano difficilmente praticabili.

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Madre Elisabetta qui è fiorita nel suo rapporto con il Signore. Ella avvertì subito tutta la forza di una intensa vita di consacrazione al Signore, come appare dalla lettera da lei scritta al padre, in cui manifesta la decisa volontà di darsi unicamente alla gloria di Dio, nella casa di Dio.
Vi passò momenti felicissimi in unione col Signore desiderando di riempirsi tutta di Dio, onde portarlo a chi non lo conosceva.
Fu proprio fra queste mura che il Signore la preparerà a quella missione apostolica a cui l’avrebbe chiamata.

Nelle due lettere che seguono, scritte a soli 21-23 anni, si scorge il desiderio e l’esperienza maturata e sembra quasi che Elisabetta voglia riassumere il suo progetto di vita.


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ettera scritta da Elisabetta Renzi al padre Giancarlo da questo Monastero:

 

« […] ed io mi attaccherò a questo chiostro come altre volte il servo alla gleba da lui coltivata… confitemi Do­mino, quoniam bonus: quoniam in saeculum misericordia eius: date lode al Signore perché Egli è buono: eterna è la sua misericordia.
   All’infuori di Dio, non v’è cosa solida, nessuna, nessuna al mondo! Se è la vita, passa; se è la ricchezza sfugge; se è la salute, perdesi, se è la reputazione, la ci viene intac­cata; ah, tutte le cose se ne vanno, precipitano.
O babbo, mi permetta che io attenda qui il premio di opere buone, di buoni pensieri, di desideri buoni, imperocchè Dio, che solo è buono, anche dei buoni desideri tien conto. Dio mi fa tante offerte! Vuole dunque che non mi curi tosto della Sua amicizia, che non faccia tosto gran caso delle Sue promesse?
   Babbo veneratissimo, glielo dico: ho un vivo desiderio di far del bene, di pregare tanto per la gloria di Dio, anzi per la maggior gloria di Dio… nella casa di Dio». (Positio pag. 29)


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ettera scritta da Elisabetta Renzi alla Badessa del Monastero di Mondaino.

 

«Immagini di vedere la meschina e fortunata Elisabetta in una cellina che le è tanto cara e che è il suo santuario, fatto solo per Gesù e per me, e indovinerà facilmente le ore felici che passo col mio Diletto
   Come sarebbero vuote le nostre celle ed i chiostri se non li riempisse Lui! Ma noi Lo vediamo attraverso tutto, perché Lo portiamo in noi e la nostra vita è un paradiso anticipato.
   La cella è qualcosa di sacro! Rievoco, madre Badessa, la sua giusta espressione; è un intimo santuario destinato a Lui e alla sua sposa; e vi stiamo così bene tutti e due!
   Vorrei che tutto il mio essere tacesse e in me tutto ado­rasse, e così penetrare ognor più in Lui ed esserne così piena da poterlo dare a quelle povere anime che non conoscono il dono di Dio! Che io me ne stia sempre sotto la grande visione di Dio...»    (Positio pagg. 29-30)

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Purtroppo nel 1810, in seguito alla soppressione napoleonica dei conventi, Elisabetta dovette abbandonare il monastero insieme alle altre monache, vedendo infrante tante speranze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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