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Ritratto di Elisabetta Renzi

         
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tela

Nel 1895 l’Istituto, “giacchè stavano rarefacendosi le suore che l’avevano conosciuta... decise di far eseguire un ritratto, che fosse somigliante il più possibile; ne erano stati fatti precedentemente, ma risultarono di poca soddisfazione, perchè i tratti caratteristici di lei erano alterati”. Venne incaricato l’artista Anselmo Gianfanti di Cesena, che lo completò nel 1896, il quale riuscì molto bene nell’impresa, tanto che coloro che l’avevano conosciuta di persona affermarono “di trovarla in quel quadro viva e parlante” (Positio pp. 445-446, 448).
La quadro è conservato a Coriano.

Così la descrive Caterina Giovannini: “Elisabetta Renzi era di media statura; le sue forme erano gracili, la sua complessione, senza escludere l’idea di un certo vigore, annunziava una natura nervosa. L’età e le fatiche niente avean tolto di vita allo sguardo scintillante di un amabile splendore. L’occhio, ch’è specchio dell’anima, era in lei un non so qual lampo di fuoco soprannaturale, che variava d’intensità e di espressione; aveva quella misteriosa potenza e quell’attraente candore che Dio concede a coloro che spesso levano i loro occhi verso di Lui...
- Semplicità di sguardo e di contegno; sguardo limpido e puro, pieno d’amore e di bontà - soggiunge la veneranda religiosa Teresa Raffaelli... Costei ci dice ancora con amabile accento: «Era una certa beltà nella Madre Renzi; una bellezza graziosa accompagnata colla debolezza del corpo; una espressione di paradiso, perché mai disgiunta da raggio di bontà, di forza e coraggio».
Dopo gli occhi il più notevole in Essa era il profilo, le cui linee erano grandi, armoniose e pronunciate abbastanza. Quantunque dalla dolcezza e dalla serenità del volto s’indovinasse la pace divina che interiormente godeva, l’impronta propria della sua fisionomia quand’era in riposo, la sua più famigliare espressione, era la soprannaturale malinconia che nasce dal sentimento delle cose invisibili.
Il passo, benché pesante negli ultimi anni così carichi di sofferenze e di acciacchi, era rapido come di persona che numera le ore, e che, spossata, s’affretta nondimeno a ripigliare il servizio di Dio. Il capo cadevale lievemente sul petto per l’abitudine del raccoglimento e dell’adorazione; la capigliatura duravale non scarsa a cingerle quella testa calma, espressiva per una dolce maestà... E fino all’ultimo momento, ella conservò, raro privilegio, il pieno esercizio degli organi e della facoltà di cui avea mestieri nell’adempimento della sua missione: finezza di udito, nettezza di vista, lucidità di mente, freschezza di memoria...
Ed apparve a tutti immagine di Gesù Cristo; una volta che aveste incontrato il suo sguardo, udita la sua parola, quella parola e quello sguardo vi fascinavano, e tutto in essa serviva per noi d’incoraggiamento e di ricompensa - leggesi così in una lettera di Suor Teresa Onofri, ottima contemporanea della venerata Madre Fondatrice.

Dura con se stessa, era amabilissima con altri; sapeva sorridere; avea parole graziose, piacevoli motti, argute e spiritose risposte; il più dolce seducimento siedevale sulle labbra nel momento stesso che ne uscivano le verità e le consolazioni.
Quando trovavasi con persone della Casa, o solo conosciute, aprivasi volentieri, ed in quell’intimo conversare recava, tutta scioltezza, un’amabile giovialità, una schietta disinvoltura, una ingenuità piena di grazia, il dono felice di narrare sorridendo od intenerendosi, quei motti vivaci, quelle sentenze bene a proposito che vanno al cuore di tutti e formano il condimento delle conversazioni del mondo, toltane la celia beffarda, e sempre con la più tenera fusione della carità.
Lo spirito di Dio, ch’era in lei, dava ad ogni sua parola una mirabile giustezza, una semplicità, un’opportunità incomparabile.

Le sue vedute, chiare e nette, venivano nel suo spirito sempre sciolte dal punto di vista della gloria di Dio e della salute delle anime.” (Positio p. 501-503)

 

 

 

      
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